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https://www.internazionale.it/reportage/alessandro-calvi/2024/01/25/mestre-venezia-turismo

 

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Dal 2024 per visitare Venezia si dovranno pagare cinque euro. Di fatto, un biglietto d’ingresso. Per ora si tratta di una sperimentazione che riguarda circa trenta giornate, a cominciare dal prossimo aprile e per i weekend che si prevedono più affollati. Poi si vedrà. Dal punto di vista simbolico, però, sembra una resa alla trasformazione definitiva di Venezia in un museo. Anche perché nel frattempo l’esodo dei residenti verso la terraferma non si ferma, e svuota sempre di più la città di esistenza.

La scorsa estate nella città storica il numero dei veneziani è sceso sotto la soglia dei cinquantamila. Nel 1951 erano più di 170mila. Un nuovo allarme è scattato poco dopo, quando l’osservatorio civico sulla casa e la residenza (Ocio) e l’associazione Venessia hanno denunciato che a settembre del 2023 il totale dei posti letto destinati ai turisti era superiore al numero dei residenti. E oggi il divario è cresciuto ancora, poiché il numero dei posti letto turistici ha superato quota cinquantamila.

Il biglietto d’ingresso dovrebbe servire a scoraggiare il turismo giornaliero e favorire quello basato su chi si ferma a dormire in città. Ma i numeri raccontano una storia diversa: quella di un’agonia causata dal sovraffollamento turistico, a partire proprio da quello basato sui pernottamenti. Secondo uno studio dello scorso ottobre commissionato da Federalberghi Veneto, i turisti che si fermano in alberghi o altre strutture della città, e quelli che ricorrono agli affitti brevi, sarebbero più di cinquemila per chilometro quadrato. E si tratta di una stima prudente.

 

Se Venezia si trova in queste condizioni è perché non sembra più capace di immaginare se stessa se non come attrazione turistica. Un museo, appunto. Tanto è vero che, come osserva l’antropologa Clara Zanardi, cofondatrice della casa editrice veneziana wetlands, “da un lato si pensa al biglietto per la città storica e dall’altro sono incentivati gli accessi a quella stessa città, trasformando la terraferma in un terminal e in un dormitorio”.

Per farsene un’idea, basta vedere cos’è successo negli ultimi anni a Mestre, grosso centro abitato che si affaccia sulla laguna proprio di fronte a Venezia, con la quale forma un unico comune. Tra il 2013 e il 2017 i posti letto turistici a Mestre e Marghera sono passati da 13.506 a 17.453. E questo nonostante il fatto che dal 2019 si sia verificata una serie di eventi drammatici – dall’acqua alta eccezionale nel 2019 alla pandemia nel 2020, fino alla guerra in Ucraina – che hanno avuto conseguenze sul turismo, facendo segnare un significativo arretramento, poi ampiamente compensato.

La crescita ha contribuito a cambiare radicalmente il volto di una città come Mestre, che da tempo si è messa sempre più al servizio del turismo. Se “una volta era considerata il dormitorio degli operai”, dice lo scrittore Roberto Ferrucci, “ormai è diventata il dormitorio dei turisti che poi, di giorno, affollano Venezia”.

Tutti i sindaci hanno lasciato il turismo libero di svilupparsi quasi senza regole

Uno dei simboli di questa trasformazione è il grande distretto alberghiero nato nel 2017 su via Ca’ Marcello, a ridosso della stazione di Mestre. Attualmente è formato da quattro alberghi e due ostelli. In laguna la discussione su questa operazione è stata, ed è ancora oggi, piuttosto vivace, non solo perché si tratta di un ulteriore investimento sul turismo, ma anche per il senso che ha avuto per la città. “Quella era una zona particolarmente degradata che è stata riqualificata e che ora è diventata molto più tranquilla, con una ricettività di qualità”, dice Claudio Scarpa, direttore dell’associazione veneziana albergatori (Ava).

Tuttavia, sono in molti a ritenere che la nascita di quel distretto abbia contribuito a una nuova perdita d’identità della città. “Come parte del tessuto cittadino non esiste, perché guarda a Venezia e non dialoga con Mestre”, dice Gianfranco Bettin, scrittore con una lunga storia politica alle spalle, ex deputato dei Verdi, che oggi siede in consiglio comunale. E spiega che invece, poco lontano da lì, dove una volta c’era un vecchio deposito dell’azienda del trasporto locale, c’è un centro commerciale. Ma in virtù di un accordo tra amministrazione e imprenditori, sono stati realizzati anche alcuni servizi per i cittadini, con un lavoro di ricucitura urbana che, in questo caso, ha dato vita a un pezzo di città.

Anche secondo Lidia Fersuoch, consigliera nazionale di Italia nostra e della sezione veneziana dell’associazione, “la zona degli alberghi di Ca’ Marcello danneggia Mestre, ma anche Venezia”. Nel marzo 2023 La Nuova Venezia raccontava di una “città dormitorio della città”, di un progetto di riqualificazione della periferia del quale “resta poco” e di un “turismo low cost che spolpa due città”. Inoltre, “tutto intorno fiorisce il tessuto della Mestre usa e getta”, come le “stanze improvvisate per l’accoglienza dei turisti” negli appartamenti.

Venezia, febbraio 2023. - Miguel Medina, AfpVenezia, febbraio 2023. (Miguel Medina, Afp)
Naturalmente questo non dipende dall’esistenza del distretto di Ca’ Marcello. Sono semmai entrambe conseguenze di un processo, per così dire, di omologazione con Venezia che sta investendo Mestre, a causa di un’economia sempre più dipendente dal turismo. “Anche qui”, spiega Bettin, “sta succedendo ciò che è già accaduto a Venezia. Il sistema degli affitti brevi, per esempio, si è molto diffuso anche sulla terraferma”.

Il fatto è, aggiunge Scarpa, che da almeno trent’anni “tutti i sindaci hanno lasciato il turismo libero di svilupparsi quasi senza regole. È mancato del tutto un intervento strategico”. E anche il biglietto d’ingresso, prosegue, “se è certamente un esperimento che ci vede favorevoli, l’avremmo visto però come la fine di un percorso di gestione dei flussi, non come l’inizio”. Così, in questo vuoto, “Mestre ha cominciato a ricavarsi un suo ruolo, ospitando il turismo dei gruppi e quello legato ai congressi, mentre a Venezia è rimasto quello individuale”.

Inoltre, dice ancora Scarpa, al territorio “non è stata offerta alcuna alternativa all’industria turistica. E lo dico anche a chi critica l’eccesso di turismo”. Questa espansione, spiega ancora il direttore di Ava, “è stata favorita anche dallo spopolamento di Mestre, che è sempre più percepita come una periferia”. D’altra parte, la recente turistificazione ha a sua volta rafforzato la tendenza allo spopolamento, come in un circolo vizioso.

Il senso di restare

Il rischio, spiega Bettin, “è proprio che i mestrini non trovino più il senso di restare, anche solo per la diminuzione sempre più evidente dei servizi”. Del resto, dice ancora Scarpa, “Mestre è male amministrata da molti anni. E un po’ tutti i sindaci sono sembrati distratti dal grande palcoscenico veneziano”.

Sembra quasi la storia del ritratto di Dorian Gray, il quadro che invecchia al posto del protagonista del romanzo di Oscar Wilde: negli ultimi anni Venezia si è mantenuta artificiosamente brillante, mentre i segni dei suoi peccati sono sempre più evidenti su Mestre. Ma non c’è riscatto nella realtà: Mestre sta facendo la stessa fine di Venezia, travolta da una crisi che l’ha decisamente trasformata, in peggio.

La zona di via Piave, una volta classica strada-salotto, “ha smarrito la speranza”, raccontano le cronache locali. Mestre “in questi anni ha avuto un’involuzione sociale”, racconta Ferrucci. “Ha il maggior tasso di morti per droga in Italia. Lo spaccio avviene vicino a via Piave e corso del Popolo, le due strade principali. Quando Gianfranco Bettin era prosindaco, Mestre era diventata un esempio in Europa per la riduzione del danno, mentre la giunta attuale punta unicamente sulla repressione”. La responsabilità, sostiene Scarpa, “è di chi non riesce a gestire il problema, o lo gestisce pensando solo alla repressione, e non anche a politiche d’inclusione”.

Tra le cause della crisi d’identità in cui Mestre sembra dibattersi c’è anche il particolare rapporto politico-amministrativo con Venezia. I due centri formano un comune unico da quando, spiega Jane Da Mosto, cofondatrice e direttrice del collettivo di ricerca e piattaforma di attivismo We are here Venice, “Mussolini decise di riarticolare il territorio dando un’unica amministrazione a laguna e terraferma. Da allora però non c’è mai stato un momento di riconciliazione tra le grandi diversità di questi territori”.

“Noi”, spiega Da Mosto, “abbiamo cercato un momento di simbiosi tra questi due mondi riconsiderando tutto il periodo del comune unico, e pensavamo di trovarlo soprattutto tra il 2017 e il 2019, quando ci siamo impegnati nel referendum per una nuova divisione tra laguna e terraferma. Ma non abbiamo trovato nulla”.

Secondo Lidia Fersuoch, Mestre “fatica a ritrovare la sua identità anche perché ha sbagliato a non separarsi da Venezia con i referendum celebrati a cavallo tra gli anni settanta e i primi anni del nuovo secolo”. L’indipendenza, continua la consigliera di Italia nostra, “sarebbe stata un vantaggio. Invece ora Venezia e Mestre sono la periferia l’una dell’altra. Con tutti i problemi che ne derivano, come appunto quello dell’esodo dei residenti”.

Sarà interessante capire se le dinamiche nate negli ultimi anni sposteranno in futuro l’equilibrio del potere, considerato il fatto che da tempo, dice Ferrucci, “Mestre è il vero polmone elettorale della città”, avendo molti più residenti di Venezia. E questo significa che “è la terraferma a decidere il sindaco”. Anche se, aggiunge Bettin, “non è del tutto vero che il peso demografico della terraferma oggi si traduca sempre in effettivo peso politico: l’importanza delle questioni veneziane sul comune infatti è enorme”.

Bonifica umana

Comunque sia, almeno per quello che riguarda il turismo i due centri sembrano marciare uniti. E non potrebbe essere altrimenti. “Salvaguardare la Venezia turistica”, fa notare Clara Zanardi, “è un interesse della terraferma. Venezia ormai è come una fabbrica”. E, aggiunge Da Mosto, “in questa condizione le decisioni su Venezia non sono prese per Venezia come città viva, ma come generatore economico”. Ecco insomma che Venezia sembra quasi di poterla immaginare anche come un gigantesco bancomat.

Quello del turismo, però, non è un destino inevitabile. Spinta da una pulsione allo sviluppo continuo, la città oggi si fonda economicamente e culturalmente sul turismo. E questa monocultura economica è difesa come se non ci fossero alternative, quasi come un dogma religioso. Quella del turismo “non è però un’evoluzione naturale”, spiega Zanardi, “ma il frutto di scelte politiche che hanno avuto come elemento comune l’incentivo all’esodo della popolazione, per liberare la città a vantaggio delle classi dirigenti e dei grandi investitori. Intanto parti della città si svuotavano e potevano essere risanate e poi riconvertite in attività redditizie”.

All’origine della Venezia che conosciamo oggi c’è insomma, dice ancora Zanardi, “la bonifica umana della città” decisa dalle classi dirigenti veneziane nel novecento. E non si tratta di un’esagerazione: “È anzi un’espressione che all’epoca era utilizzata sui giornali”, spiega Zanardi, che l’ha ripresa come titolo di un suo libro interessante La bonifica umana. Venezia dall’esodo al turismo (Unicopli 2020).

“Si tratta di compiere la bonifica umana”, proclamava nel 1935 Vittorio Cini, imprenditore e personaggio centrale nella storia della Venezia moderna, invitando a trasferire “nel quartiere del lavoro” la popolazione veneziana. È stato un processo avvenuto in più fasi, a partire dall’inizio del secolo scorso, e in particolare da quando fu edificata la prima area industriale di Porto Marghera.

Fu un’operazione che sconvolse una città che fino a quel momento aveva riunito in sé tutte le funzioni, l’abitare e il lavoro, e che contava ancora su una composizione sociale interclassista. Con la nascita della grande area industriale sul bordo della laguna, si cominciano invece a separare le funzioni e a disarticolare la composizione sociale: sulla terraferma la città industriale e gli operai, nella città storica le classi dirigenti. “Si trattò”, spiega Bettin, “anche di un tentativo di rilegittimare Venezia e di lanciarla nella modernità, dopo aver fatto della propria decadenza un affare per tutto l’ottocento”. Ecco allora l’invenzione della Biennale, del Lido, di Porto Marghera. “Non più solo la città di Tiepolo e Tiziano, ma anche del cinema e dell’industria della chimica”. Era insomma anche un’operazione culturale ma, dice Bettin, “fu una violenza inaudita”.

Il momento più duro dell’esodo verso la terraferma ci fu nel dopoguerra, a partire dagli anni cinquanta, gli stessi in cui fu realizzata la seconda, gigantesca area industriale di Porto Marghera. Allora molti veneziani vivevano ancora in alloggi in condizioni inaccettabili. La soluzione che diede la politica a questa emergenza non fu quella del risanamento della città storica ma di nuovo quella dell’incentivo all’esodo verso i nuovi quartieri costruiti sulla terraferma. E, questa volta, insieme ai più poveri, ad andarsene fu anche buona parte della classe media. In poco meno di vent’anni quasi novantamila veneziani dovettero abbandonare la città per trasferirsi a Mestre. Poi, negli anni della crisi di Porto Marghera, il passaggio dall’industria chimica a quella turistica per Venezia diventò inevitabile e irreversibile.

Arriva così a compimento un processo “di normalizzazione della città avviato dal potere politico ed economico, che ha reso Venezia simile alle altre città europee”, spiega ancora Zanardi. Basti pensare a quanti rii sono stati interrati nella città storica, a come la circolazione pedonale fino all’ottocento fosse residuale rispetto a quella che sfruttava le imbarcazioni, ai ponti che furono costruiti per unire le isole che formano la città. “Ed è anche questa omologazione”, dice ancora Zanardi, “che ha reso possibile la città turistica di oggi: una città completamente stravolta, spopolata, monoclasse. Tanto che ormai si fatica a considerarla ancora una città”.

Questo processo è stato ancora più evidente soprattutto dalla fine degli anni novanta, con l’esplosione delle locazioni turistiche. Dall’incrocio tra i numeri presenti in fonti aperte e i risultati di vere e proprie esplorazioni urbane svolte dall’osservatorio Ocio, risulta che “ci sono calli e campielli in cui”, racconta Francesco Penzo, attivista di Ocio, “ogni finestra o quasi corrisponde a una stanza destinata all’affitto turistico”. E spiega che “a volte gruppi di appartamenti sembrano gestiti da un unico soggetto”, circostanza che smentisce il luogo comune secondo cui “le locazioni brevi sono attività esercitate in modo estemporaneo, magari utilizzando l’appartamento ricevuto in eredità dai nonni”.

Secondo Penzo, si tratta invece di “attività d’impresa vera e propria”. Tuttavia, aggiunge, “le città vivono quando sono abitate dai residenti, e poiché molti luoghi in cui l’esistenza della città si sviluppava sono ormai diventati attività ricettive, si è persa anche l’idea che questa sia una città”. E allora, osserva Da Mosto, forse non a caso è emersa anche “una certa incapacità nel permettere alla città di aprirsi a nuove opportunità. Per esempio, ci sono molti spazi vuoti che potrebbero essere utilizzati e che invece restano ad aspettare di essere riempiti con qualche grande evento una o due volte all’anno. C’è qualcosa nella città che sembra scoraggiare ogni iniziativa”.

A tutto ciò si è sottratta in parte solo Marghera, in virtù della propria storia industriale e operaia. Anch’essa fa parte del comune di Venezia insieme a Mestre, accanto alla quale è sorta nel novecento, e all’enorme area industriale edificata sul bordo della laguna, che copre circa 1.500 ettari di superficie e seicento ettari d’acqua, incluso il porto. Dopo il declino, cominciato a partire dagli anni settanta con il progressivo smantellamento di molte attività chimiche e metalmeccaniche, negli ultimi dieci anni è partita una metamorfosi che ha prodotto la rigenerazione di attività già esistenti, come quelle portuali, ma ne ha attratte anche di nuove.

Così è arrivata l’università, ma c’è ancora Fincantieri, “ed è lì anche la raffineria dell’Eni, che stava per chiudere ma poi si è deciso di trasformarla in una bioraffineria”, racconta Bettin. Si tratta di una metamorfosi lenta, perché, spiega ancora Bettin, manca la guida della politica nazionale. “A livello locale”, dice, “l’unica cosa che si poteva fare era mantenere la vocazione industriale, ma il resto spetta allo stato”.

Intanto, però, mentre Mestre declina, soffocata dagli eccessi dell’industria turistica, Marghera sta dando segnali di resistenza, a partire dal lavoro e dalla ricerca.

Venezia, invece, è ormai tutt’altro che una città. E il discorso sulla sua decadenza è talmente logoro che si ha ormai la sensazione che almeno una parte dei turisti venga anche per ammirarne il declino, anch’esso ormai attrazione turistica. Succede, per esempio, in campo Santa Margherita, dove le guide accompagnano gruppi di visitatori a vedere il contatore che segnala il numero dei posti letto turistici esistenti nella città storica, proprio quello che l’osservatorio Ocio ha installato nella vetrina della libreria Marco Polo per denunciare gli eccessi dell’industria turistica.

È il turismo che si guarda allo specchio, e che osserva se stesso mentre divora Venezia. Il potere politico e quello economico, afferma Ferrucci, “non sembra avere nessuna intenzione di gestire il fenomeno. Oppure fa finta di gestirlo: pensa al biglietto d’ingresso, ma poi non fa che incentivare l’esodo dei residenti dalla città e l’arrivo dei turisti”.

“Si vuole estrarre la ricchezza”, aggiunge Francesco Penzo, “sfruttare il brand rappresentato da Venezia. La città è stata svenduta da chi ha potuto speculare, e dall’assenza della politica e di regole adeguate”. “Il potere”, dice ancora Ferrucci, “vuole che la città storica diventi un museo. E noi veneziani in fondo siamo d’accordo. La colpa è dei veneziani. Ce la siamo svenduta noi questa città”, conclude con amarezza.

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È una semplice impressione quella che ci vuole più stupidi dei nostri antenati o una disarmante verità dell'evoluzione?

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La teoria è tanto semplice quanto disarmante: nella società odierna, per sopravvivere non abbiamo più bisogno dell'intelligenza - che perciò si sta estinguendo. Ad affermarlo è uno studio relativo al corredo genetico umano condotto alla Stanford University e pubblicato sulla rivista scientifica Trends in Genetics.

Gerald Crabtree, che ha condotto lo studio sulle modifiche avvenute, in centinaia di migliaia di anni, al patrimonio genetico e alle capacità intellettive del genere umano, è giunto alla conclusione che la stupidità, sul piano evolutivo, è il nostro inevitabile destino. I nostri giorni migliori sono finiti: eravamo più vispi e attenti quando vivevamo di caccia nel Paleolitico e la natura ci esigeva sempre all'erta.

IDIOCRAZIA. Ci staremmo dunque avvicinando a quanto comicamente profetizzato dal film Idiocracy (2006): una società basata sulla stupidità, in cui i geni migliori scompaiono dal DNA e dalla società, per lasciare spazio a quelli più "comuni". Il progresso scientifico e tecnologico continuerà, ma a ritmi inferiori rispetto a quelli che avremmo potuto sostenere se fossimo ancora dotati dei geni dei nostri antenati.

Il punto più alto dell'intelligenza umana non si sarebbe però raggiunto nel Paleolitico. Secondo Crabtree, che ha ricostruito le possibili mutazioni del nostro corredo genetico attraverso varie epoche, l'impoverimento delle capacità intellettive sarebbe iniziato appena 3.000 anni fa: abbiamo raggiunto il top all'epoca della Grecia classica, per poi prendere una lenta ma inesorabile china discendente.

Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l'opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento.

Basta pensare al cambiamento di valore della parola amico tra ieri e oggi in internet per capire come i rapporti siano diventati facili e superficiali. I nuovi rapporti vivono di monologo e non di dialogo, si creano e si cancellano con un clic del mouse, accolti come un momento di libertà rispetto a tutte le occasioni che offre la vita e il mondo.

In realtà, tanta mancanza d'impegno e la selezione delle persone come merci in un negozio è solo la ricetta per l'infelicità reciproca. L'amore invece richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l'amore. Non troveremo l'amore in un negozio. L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana, ha bisogno di essere ri-generato, ri-creato e resuscitato ogni giorno.

Zygmunt Bauman - Amore liquido

Secondo Excelsior mancano farmacisti, biologi e saldatori. A guidare la domanda di impiego sono i servizi alle persone che recluteranno 70mila persone

  

mattarella

A gennaio il “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro interessa 250mila assunzioni delle 508mila programmate (49,2%), soprattutto a causa della mancanza di candidati (31,1%), seguita dalla preparazione inadeguata (14,3%) e da altri motivi (3,8%). A evidenziarlo è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal. Dal “borsino” delle professioni risultano difficili da reperire sul mercato gli specialisti nelle scienze della vita (è di difficile reperimento il 91,4% di farmacisti, biologi e altri profili appartenenti a questo gruppo professionale), seguiti dagli operai addetti a macchinari dell’industria tessile e delle confezioni (72,8%), dai fonditori, saldatori, montatori di carpenteria metallica (72,6%), dagli operai specializzati addetti alle rifiniture delle costruzioni (71,8%) e dai tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi (70,6%).

 

Guidano i servizi alle persone

Come detto sono oltre mezzo milione i lavoratori ricercati dalle imprese nel mese e circa 1,4 milioni per il primo trimestre dell’anno. Oltre 4mila assunzioni in più rispetto a gennaio 2023 (+0,9%) e +69mila assunzioni (+5,3%) prendendo come riferimento l’intero trimestre. A guidare la domanda di lavoro sono i servizi alle persone che programmano a gennaio 70mila assunzioni (+10,0% rispetto a gennaio 2023). Seguono commercio (68mila unità; +13,7% su base annua) e le costruzioni (51mila unità; +1,8%). È negativa, però, a gennaio la tendenza prevista delle imprese del turismo e dell’industria manifatturiera (rispettivamente -12,1% e -2,3% rispetto all’anno precedente).

 

Le previsioni nel comparto industriale

A gennaio l’industria complessivamente ha in programma 172mila assunzioni (-1,1% su base annua), 121mila delle quali nelle industrie manifatturiere e nelle public utilities, mentre le altre 51mila riguardano il settore delle costruzioni. I servizi prevedono di assumere in totale 336mila lavoratori (+2,0% su base annua). In generale, sono le piccole (10-49 dipendenti) e le medie imprese (50-249 dipendenti) a prevedere per gennaio andamenti di crescita delle assunzioni (rispettivamente +3.300 e +3.800 rispetto a gennaio 2023). Positiva anche la previsione delle grandi imprese con oltre 250 dipendenti (+1.900 assunzioni), mentre le microimprese della fascia 1-9 dipendenti prevedono una flessione pari a circa -4.500 assunzioni rispetto allo stesso periodo del 2023.

 

Contratti a tempo i più proposti

I contratti a tempo determinato si confermano la forma maggiormente proposta con circa 206mila unità, pari al 40,5% del totale, sebbene siano in calo rispetto a un anno fa, quando rappresentavano il 41,3% del totale. In crescita, invece, i contratti a tempo indeterminato che passano dai 122mila di gennaio 2023 agli attuali 129mila (+7mila; +5,7%). Con riferimento ai livelli di istruzione, il 19% delle ricerche di personale è rivolto a laureati (97mila unità), il 30% a diplomati (155mila unità) e il 32% a chi è in possesso di una qualifica/diploma professionale (163mila unità). Circa 7mila le richieste per i diplomati Its Academy. Per il 18,1% delle assunzioni (oltre 91mila), le imprese pensano di rivolgersi preferenzialmente a lavoratori immigrati, soprattutto nei settori dei servizi operativi (30,8% del totale entrate), della logistica (29,1%), dei servizi di alloggio, ristorazione, turismo (24,4%), delle costruzioni (21,0%) e delle industrie alimentari, bevande e tabacco (20,6%).

 

Distribuzione territoriale

Sono le macro-ripartizioni del Nord-Ovest e del Nord-Est a programmare un maggior numero di assunzioni (rispettivamente oltre 174mila e oltre 118mila), seguite dalle Regioni del Sud (oltre 110mila) e del Centro (circa 105mila). La graduatoria regionale delle assunzioni vede, nell’ordine, Lombardia (circa 123mila), Lazio (oltre 53mila), Veneto (oltre 48mila), Emilia-Romagna (circa 48mila), Piemonte (oltre 38mila) e Campania (circa 35mila).

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La Russia è pronta a lanciare la propria enciclopedia online, sollevando non poche preoccupazioni riguardo propaganda e veridicità delle informazioni

 

 

 

Tutto pronto per il lancio di Ruwiki, la versione russa della popolare enciclopedia online Wikipedia, che oggi compie ben 23 anni. Secondo quanto riportato da Reuters, sarà rilasciata su larga scala il prossimo lunedì, dopo circa sei mesi di test in cui la piattaforma è stata disponibile per un numero ristretto di utenti. Un periodo alquanto breve, durante il quale Ruwiki sembrerebbe comunque essere riuscita a offrire al suo pubblico un numero maggiore di articoli rispetto a quelli pubblicati nella sezione in lingua russa della celebre enciclopedia online. Tra questi, in particolare, i più letti sembrerebbero aver riguardato l'escalation del conflitto arabo-israelianol'operazione militare russa in Ucraina e i film di maggior incasso nel paese.

Secondo quanto riportato dai quotidiani locali, gli utenti che hanno avuto accesso a Ruwiki hanno trascorso più di sei minuti sul sito, dimostrando un interesse notevole per i suoi contenuti. Deve essere stato questo, tra le altre cose, a convincere le autorità a rilascia su larga scala la versione russa della tanto amata Wikipedia, che rimane una delle poche fonti di informazione indipendenti sopravvissute in Russia da quando il governo ha intensificato la repressione sui contenuti online dopo l'invasione dell'Ucraina nel maggio del 2022. Considerando questo, non c'è da stupirsi che Putin abbia approvato il progetto di un'enciclopedia che accolga contenuti che siano più in sintonia con le prospettive e le narrazioni dello stato.

Anzi, a preoccupare gli esperti della sicurezza sembrerebbe essere proprio questo. Se da un lato Ruwiki rappresenta una fonte di informazione incredibilmente accurata per i russofoni, dall'altro è innegabile che il suo rilascia abbia sollevato non poche preoccupazioni riguardo la censura e la diffusione della propaganda governativa in Russia. I più critici, infatti, sostengono che la piattaforma potrebbe essere utilizzata come strumento per controllare e manipolare le informazioni accessibili ai cittadini, andando così ad aggravare la situazione del paese. In ogni caso, per il momento non c'è altro da fare che aspettare il lancio ufficiale della piattaforma. Solo allora, infatti, sapremo quale impatto avrà sul cyberspazio russo e sull'informazione a livello globale.

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