banner lingue francia

forza lavoroLa forza debole dei Millennials nel mercato italiano

L’Italia sta entrando in una nuova fase della sua storia che corrisponde ad un inedito impoverimento della forza lavoro nelle età più attive e produttive. Ma sta anche facendo molto meno del resto d’Europa per rafforzare la presenza qualificata delle generazioni che si apprestano ad entrare nel pieno della vita adulta attiva del Paese.

In particolare, gli attuali 30-34enni italiani (i Millennials) sono oltre un milione in meno rispetto ai 40-44enni. Per la combinazione tra riduzione demografica e deboli percorsi professionali, nei prossimi dieci anni l’Italia rischia di perdere un lavoratore su cinque all’interno del motore trainante della crescita. Si tratta di una riduzione senza precedenti, maggiore che nel resto d’Europa e con potenziali conseguenze di lunga durata.

Verso un crollo della popolazione al centro della vita attiva

Si tratta di un processo del tutto inedito, conseguenza della progressiva entrata nella vita adulta dei Millennials, la generazione nata durante il crollo della natalità italiana.

Quella in cui ora stiamo entrando è invece una fase in cui la popolazione anziana continuerà ancor più ad aumentare ma nel contempo le classi centrali lavorative andranno progressivamente a indebolirsi come mai in passato. Tutto questo avverrà più in Italia che altrove in Europa perché, a parità di longevità (sui livelli dei paesi più avanzati), il crollo delle nascite è stato da noi più rilevante e continua a caratterizzarci (anzi si è accentuato negli ultimi anni).

I Millennials italiani fanno quindi parte della generazione che si troverà con il maggior carico di anziani inattivi da sostenere quando arriverà, a breve termine, al centro della vita attiva del paese. Gli squilibri demografici anziché compensati da una maggior occupazione risultano invece accentuati da un deterioramento delle condizioni delle nuove generazioni, che emerge anche in ottica comparativa con le altre economie avanzate.

Una occupazione che non decolla

L’attuale tasso di occupazione, sia maschile che femminile, tocca il valore più elevato nella fascia 40-44.

Il rischio è infatti quello di indebolire il pilastro produttivo del paese per una combinazione di basso peso demografico (sono di meno) e bassa partecipazione effettiva al mercato del lavoro.

In termini di partecipazione lavorativa:
il tasso di occupazione degli attuali 30-34enni è sensibilmente inferiore sia rispetto al tasso occupazionale dei coetanei europei (67,9% contro 79,1% Eu-28), sia al tasso occupazione che avevano i 30-34enni di dieci anni fa (gli attuali 40-44enni) pari a 74,8%.

Questi dati evidenziano come le possibilità di crescita economica (di produzione di benessere più generale, compresa la sostenibilità del sistema sociale) siamo messe a rischio, in modo sensibilmente maggiore che in passato, dalla riduzione demografica della popolazione in età centrale lavorativa e dagli attuali bassi tassi di occupazione della generazione che sta entrando in tale fase della vita. Tutto questo in un paese che mostra da tempo bassa capacità di crescita, bassa competitività internazionale, bassa produttività, alto debito pubblico.

 La forza potenziale da immettere nelle età centrali lavorative non solo quindi si riduce dal punto di vista quantitativo, più che nel resto d’Europa, ma presenta anche un indebolimento qualitativo più accentuato. A testimoniarlo sono i dati su: i Neet (giovani che non studiano e non lavorano); il titolo di studio; l’occupazione dei laureati.
L’Italia presenta, assieme alla Grecia, il peggior dato in Europa di Neet “maturi” (non più giovani, over 30). L’incidenza nella classe 30-34 anni è pari al 29,1 percento (dato comparativo più recente disponibile riferito al 2017), contro il 18,1% della Ue (con la Germania che ha un valore dimezzato rispetto a quello italiano, pari al 14,1%).
Oltre ad avere meno trentenni rispetto al resto d’Europa, più bassa è anche la qualità della loro formazione, in particolare più bassa è l’incidenza di laureati. Sono poco più di uno su cinque nella fascia 30-34 e anche questo è uno dei valori più bassi in Europa (il 26,9% nel 2017 contro il 39,9% della media Ue). Il capitale umano è cruciale nei processi di innovazione, parte essenziale di un circolo virtuoso che sposta verso l’alto qualità del lavoro (nuova occupazione per lavoratori qualificati) e competitività delle imprese (imprese aperte all’innovazione che espandono il mercato).
Nonostante i trentenni laureati siano quindi una risorsa scarsa rispetto agli altri paesi avanzati, sono da noi anche meno valorizzati nel mercato del lavoro.

Specificità e limiti delle politiche attive italiane per il lavoro

  1. l’approccio amministrativo burocratico che ancora caratterizza l’operatività dei centri per l’impiego:il disoccupato non deve essere considerato quale una pratica da evadere bensì un cittadino da accompagnare e supportare, anche nello sviluppo delle proprie competenze.
  2. il numero dei dipendenti dei Cpi è sicuramente molto basso, soprattutto se confrontato con quelli di altri paesi europei 
  3. le infrastrutture informatiche sono assolutamente insufficienti e spesso i diversi sistemi “non parlano” tra loro.

L’impatto delle trasformazioni tecnologiche

È necessario e urgente incentivare e alimentare un processo all’interno delle stesse imprese (ancor più quelle medio-piccole), in cui domanda di competenze digitali e capacità di stare sul mercato entrino in un circuito virtuoso che spinge entrambe verso l’alto.

Le carenze della conciliazione lavoro-famiglia
I Millennials si trovano in una fase cruciale e delicata non solo rispetto all’entrata piena nel mondo del lavoro e al consolidamento del proprio percorso professionale, ma anche rispetto alle scelte di vita e, in particolare, di formazione familiare.

Il nucleo centrale di tale generazioni passerà nei prossimi dieci anni, come abbiamo sottolineato, dai 30-34 anni ai 40-44 anni. Sta vivendo e mettendo quindi le basi di scelte che completeranno o lasceranno incompiuti i propri progetti di vita.