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Avevamo sperato di uscirne migliori o, con Michel Houellebecq, avevamo convenuto che "non ci sveglieremo in un nuovo mondo dopo il confinamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, un pò peggiore".

Ora, all'alba della fase tre, già si corre e non si ha tempo di fare i conti con ciò che abbiamo imparato o forse no.

Eppure, senza sconfinare sui temi esistenziali, vale almeno la pena stare bassi e compilare il catalogo delle buone abitudini appena acquisite e auspicabili anche per il tempo a venire. Quelle sanitarie, anzitutto: la mascherina utile anche per non beccarsi l'influenza stagionale; il gel disifenttante  in tasca e le mani da lavare spesso e a lungo; la scarpe lasciate nell'ingresso per non infestare i pavimenti di virus e batteri; l'acool passato sul lettino del mare o sugli  attrezzi in palestra. Uno studio dell'University College di Londra sostiene che, per cambiare un'abitudine servono 66 giorni. Dovremmo aver fatto abbastanza quarantena da aver smesso di allungare i piedi sul tavolo da pranzo.

Abbiamo anche imparato a parlare, stando in conversazioni più lunghe e intime con poche persone care, anzichè con mille amici più o meno virtuali questa nuova socialità sta molto in una battuta  di moda che suona più o meno cosi: "Sono stato molto coi miei familiari, ho scoperto che in fondo sono brave persone".

Saveria Capecchi, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all'Università di Bologna, spiega: "il lockdown è stato una dieta di socialità: nei momenti duri, quando vuoi comunicare in profondità, il cerchio delle amicizie si stringe e c'è meno dispersione  in contatti inutili"

Abbiamo pure imparato pure a stare più con stessi. Questi sconosciuti. Nota la psicologa Vera Slepoj: "La solitudine serve a capire come funzioniamo. Prima, riempivamo tutto con un impegno, una palestra e una movida. Adesso sarebbe benefico mantenere quel tempo sospeso, la colazione lunga, quell'ora di noia sul divano o di lettura, che è occasione di riflessione. E non dovremmo precipitarci a organizzare la nostra vita e quella dei nostri figli"

Eravamo diventati tutti un popolo di sportivi, tutti a fare la corsetta, ad assembrarci nei parchi tutti in rivolta per parchi poi chiusi. "Ora non dovremmmo perdere la passeggiata senza meta" suggerisce Capecchi , "fa bene alla salute e anche alla creatività, perchè purifica i pensieri e fa spazio a nuove ide".

C'é poi il capitolo smart working, che è più tempo per se e minor ipatto nocivo su città e clima. Nel suo ateneo, spiega Capecchi, la didattica online si affiancherà a quella in aula: "Alle lezioni a distanza, gli studenti erano sempre presenti, in chat erano meno timidi e facevano più domande"

E spesso chi ha lavorato da casa ha imparato l'abitudine eco di non stampare. Infine c'è una cosa, suggerisce Slepoj, di cui far tesoro: "Ci siamo adattati a cambiamenti enormi. Ora temiamo il futuro, ma sappiamo che possiamo reinventarci se le cose non sono come prima". Insomma, forse non saremo migliori, ma possiamo essere più attrezzati ad ogni evenienza.

a cura di Candida Morvillo - Corriere della Sera