banner lingue francia

dottore enaip veneto

In vent’anni la spesa sanitaria complessiva è cresciuta del 22% in termini reali. Ma mentre il settore pubblico riduceva il numero di ospedali e posti Ietto, i fondi girati alle strutture private sono aumentati di quasi un terzo. E gli imprenditori del settore hanno costruito vere e proprie fortune.


Strepitosa. Come definire la performance di una matricola capace di segnare un più 56,9 per cento dal collocamento in Borsa, nel novembre 2018 con tutto ciò che è successo da allora sui mercati?

E non una matricola qualsiasi, ma la prima ad avventurarsi  su un terreno fino al quel momento sconosciuto in Piazza Affari: la sanità. La società si chiama Garofalo Health Care, fondata dal medico Garofalo Raffaele e ora è nelle mani di sua figlia Maria Laura Garofalo. Possiede 24 strutture dal Lazio in su, ed è considerata leader nella sanità privata accreditata. Prova provata che con la sanità pubblica c'è chi riesce a far davvero buoni affari. A dispetto dei tagli che il servizio sanitario avrebbe subito negli ultimi anni.

Una recentissima analisi condotta da Luca Gerotto - in piena emergenza Covid - 19 - per l'osservatorio sui conti pubblici della Cattolica di Milano diretto da Carlo Cottarelli racconta una storia diversa. Racconta che nel 2000  al 2018 la spesa sanitaria pubblica è cresciuta di ben il 69 % , in termini reali un aumento del 22% pur se con una progressione non costante.

 Con il paradosso che mentre lo Stato sborsava sempre più soldi, si chiudevano ospedali ovunque, in vemt'anni la spesa sanitaria ha senza dubbio risentito di alcuni fattori indipendenti dal numero di posti letto, come il costo di farmaci e apparecchi sempre più sofisticati, non chè l'invecchiamento della popolazione. Ma la cura dimagrante c'è stata e in alcuni casi molto pesante.

Fra il 2009 e il 2017 sono state chiuse ben 77 strutture pubbliche. Il loro numero si è ridotto da 638 a 518, con un calo del 18,8 %. La chiusura degli ospedali statali ha portato una flessionr del 13,6% dei posti letto pubblici: nel 2017 ce n'erano 151.646, cioè 23.840 in meno rispetto a quelli disponibili nel 2009.

Con la situazione drammatica determinata dall'epidemia del Coronavirus questi numeri suggeriscono alcune considerazioni. Di sicuro tagli fatti cosi hanno colpito anche sprechi inacettabili, ma è altrettanto certo che non hanno accresciuto in misura determinante la capacità di rispondere alle emergenze.

Già nel 2004 mentre la spesa sanitaria andava in orbita, al convegno internazionale di Trieste sulla medicina d'urgenza era suonato l'allarme sulla carenza dei posti di terapia intensiva nelle strutture italiane, che non raggiungevano il 3% del totale: un terzo della media europea secondo l'Apice, l'associazione di quel settore medico specifico. Ebbene dice l'annuario del servizio sanitario che nel 2017, a distanza di tredici anni  e dopo tutti quei tagli ce n'erano 5.090: il 2,64 per cento di tutti i posti letto. Se poi si vanno a vedere nello stesso annuario i posti di terapia intensiva effettivamente utilizzati, si scopre che a fronte di 4.600 posti negli ospedali pubblici, pari al 31,2 per cento, i privati accreditati ne hanno 396: meno dell'1%.

a cura di Sergio Rizzo - La Repubblica