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I millennial si stanno prendendo TikTok

 TikTokers Are Playing Virtual Matches Representing Israel and Palestine And TikTok Is Profiting GettyImages 1715813881

 

Negli Stati Uniti crescono più velocemente della Gen Z sulla piattaforma, come dimostra la recente ondata di contenuti nostalgici

Se buttate abbastanza tempo su TikTok, vi sarete accorti che i segni del rallentamento creativo sulla piattaforma sono ovunque.

Sul social è fin troppo facile imbattersi in episodi de I Soprano impacchettati in spezzoni da 25 secondi. Lo scorso ottobre, Mean Girls – commedia teen di culto del 2004 – è stato caricato in 23 parti raccogliendo celebrazioni unanimi (sì, i contenuti piratati sono in aumento). A quanto pare c'è un desiderio generalizzato di ripercorrere il mondo di una ventina d'anni fa, e di farlo proprio su quella che è stata indicata come l'app del futuro.

Le reliquie del nuovo millennio sono tornate di moda soprattutto su TikTok, dove l'impressione è che tutti inseguano l'illusione della gioventù. Che però è appunto solo un'illusione.

Secondo i dati del Pew research center, negli Stati Uniti la fascia demografica tra i 30 e i 49 anni presente su TikTok sta crescendo più velocemente rispetto agli utenti della generazione Z tra i 18 e i 29 anni.

È così che funziona l'internet dei social, e il progressivo peggioramento di TikTok – o la sua enshittification, come direbbe Cory Doctorow – non accenna a fermarsi.

Un segnale eloquente della fase finale dei social media è l'infinito rigurgito di nostalgia riconfezionato in modo accattivante. I gusti invecchiano e l'esperienza utente che una volta offrire una sensazione di scoperta vertiginosa ora regala uno strano senso di comfort. Era inevitabile, ovviamente. Le stagioni cambiano, le app si trasformano e gli utenti imparano a inseguire l'adrenalina del futuro su nuovi ed esotici dispositivi.

Quando ha raggiunto la popolarità di massa nel 2020, durante la prima ondata di Covid-19, TikTok ha segnalato il riposizionamento delle cose a cui attribuivamo valore. I nostri gusti erano in fase di riprogettazione. L'offerta dell'app era tanto solida quanto sconcertante: balletti, consigli di bellezza, appropriazione razziale, indagini di sedicenti esperti e altre bizzarrie ancora alimentavano il flusso algoritmico della piattaforma. L'esperienza sull'app non era solo infinita, ma anche divertente. TikTok si è guadagnato la reputazione di posto in cui si creavano le tendenze ed è diventato il quartier generale ufficioso degli influencer della Gen Z (ma anche dei de-influencer, perché internet è una commedia degli errori che si ripete in eterno).

Oggi il social network rappresenta il precursore ideale dell'era dell'intelligenza artificiale e di tutto ciò che sta portando la prossima rivoluzione digitale, con l'offuscamento delle diverse realtà. TikTok diventa quindi il tonico perfetto: un mondo di multimedialità ciclica che permette di creare, vivere o semplicemente guardare contenuti a piacimento. Un'anticipazione di 60 secondi di tutto quello che sta per arrivare, consegnata on demand.

Per molte persone, è su un'app di questo tipo che le sensazioni che regala la vita digitale si manifestano con la maggiore vitalità. Ma come suggerisce Jackson Arn, nell'arte le sensazioni estreme rappresentano una strategia rischiosa: l'opera d'arte seduce, ma genera anche disgusto.

Mi chiedo se non sia proprio questo lo scopo delle tecnologie social. Farci sentire un po' più vivi, sbloccando in continuazione sensazioni sopite: eccitazione, stupore, soddisfazione. Persino il disgusto ha la capacità di affascinare, perché anche il disgusto porta con sé il bisogno di condividere, commentare o capire la natura dello spettacolo a cui stiamo assistendo e il suo funzionamento. Solo che il fascino esercitato da TikTok funziona fin troppo bene, e quando invecchiamo – caricando sulle spalle le esperienze della nostra vita cercando di non farci schiacciare – ci ritroviamo a bramare costantemente quelle sensazioni.

 

È una situazione che sembra applicarsi soprattutto per i millennial, ai quali è stato promesso un futuro che non è mai arrivato. È una generazione a cui è andata male – da diversi punti di vista – e che si è ritrovata a fare i conti con i fallimenti di chi li ha preceduti senza avere un progetto per il futuro.

La settimana scorsa, dal barbiere, osservavo un giovane sulla trentina con il collo proteso verso l'iPhone, che passava da un video all'altro facendo scrolling su TikTok. È rimasto seduto per circa 40 minuti, e mentre il barbiere gli girava intorno non ha mai distolto lo sguardo dallo schermo, se non per esclamare: "Guarda! Questo lo devi vedere".

Per questo, il fatto che i millennial stanno scalzando la Gen Z imponendosi come principale fascia demografica su TikTok non mi sconvolge. È tutto collegato: il crescente appetito per la realtà mista; la generazione Z che abbandona abbandona i rituali dell'esperienza digitale a favore di una vita più analogica; il declino di TikTok in concomitanza dell'ascesa dei millennial sulla piattaforma. Il mondo che conoscevamo sta finendo, e con esso i social media per come li intendevamo. E in tutto questo, noi vogliamo tornare a sentire qualcosa almeno per un po', anche se quel qualcosa è il 2004.

Questo articolo è apparso originariamente su Wired US.

 

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